martedì 3 agosto 2010

La vaga sensazione di essere stata falciata

Quando qualcuno vuole cambiare lavoro le prova tutte, non da meno la lunga, interminabile, faticosa e talvolta (diciamolo apertamente) ingiusta strada dei concorsi pubblici.
Qualche mese fa ho adocchiato la lista dei concorsi pubblici in scadenza e ho visto che si erano resi disponibili due posti da educatore/animatore in una struttura per anziani a tempo pieno e indeterminato: un miraggio! E guarda caso il mio titolo di studi è proprio adatto... Avevo abbandonato da un po' le speranze di poter lavorare nel sociale, visto che purtroppo negli ultimi anni mi erano sempre stati prospettati contratti a progetto o come socio lavoratore in una cooperativa, situazioni che, a ben vedere, non sono proprio il massimo della vita. Fortunatamente ho sempre avuto lavori più stabili da fare per lasciarmi andare a queste condizioni con tutele del tutto fittizie. L'idea di lavorare come educatore a tempo pieno, indeterminato e con uno stipendio dignitoso mi pareva proprio un sogno...
Ho presentato la domanda di ammissione alla selezione e ho studiato diligentemente le materie delle prove, basandomi su materiale indicato da una cara amica, che già qualche anno fa ha provato, purtroppo senza successo, la stessa identica selezione per lo stesso identico posto.
Mi sono presentata, assieme ad altre 61 persone, con livelli di ansia alle stelle alle prove scritte la settimana scorsa.
Prima di iniziare le prove la mia vicina di postazione, una ragazza perfettamente sconosciuta fino ad un secondo prima, non ha fatto altro che polemizzare sul fatto che i concorsi pubblici sono tutti "stratagemmi" per far passare dei raccomandati, perché lei era al settimo concorso pubblico e non era ancora riuscita ad entrare in graduatoria, e bla bla bla, e noiosissimi bla bla bla, mentre io pensavo solo "ma statte zitta, per carità... e lasciami stare...".
Non so se sia questione di fortuna (dicesi culo sfacciato) o se effettivamente ho una certa propensione per la materia, fatto sta che ho superato entrambe le prove scritte. Rimaneva la prova orale, la più difficile, dalla quale dipende circa il 60% dell'esito finale della selezione.
Ho studiato come una pazza, mi sono informata su tutti gli argomenti che non avevo saputo alle prove scritte e mi sono posta come obiettivo finale "uscirne con dignità". Il mio obiettivo era, in sostanza, non pretendere di superare la selezione in grande stile, ma di vivermi anche il momento dell'orale come esperienza, in vista di future partecipazioni a concorsi pubblici.
Stamattina alle 8.30 mi sono presentata alla commissione. Ero l'11 in una lista di 18 persone (ebbene sì, alle prove scritte è stato bocciato il 70% dei candidati), per cui vi lascio immaginare il mio grado di tensione durante le 3 ore di attesa... Man mano che le altre candidate uscivano dalla "stanza della tortura" chiedevo loro informazioni sulle domande sottoposte e, credetemi, avrei saputo rispondere ad almeno l'80% dei quesiti, se fossero stati posti a me. Tuttavia questo, dato che ero ormai sul panico andante, non mi rassicurava affatto.
E' arrivato il mio momento. Sono entrata e mi sono seduta davanti alle 6 persone della commissione. Ero pronta, carica, tesa al punto giusto.
E' bastata però solo una domanda per darmi una mazzata irrimediabile. Il presidente ha attaccato con "dalle prove scritte è evidente che lei non ha mai lavorato nel sociale: ci racconta come mai ora le è venuto in mente di lavorare in questo settore?".
Lo so che sbaglio, lo so benissimo. Sbaglio perchè quando qualcuno mi parla mi focalizzo più sul "come" dice le cose e non sul "cosa" dice, mentre dovrei essere più obiettiva. In questo caso, però, il "come" mi è stata posta questa domanda non mi è piaciuto per niente. Il tono era quello di chi chiede a qualcun altro come mai si svegli una mattina deciso a cambiare il mondo improvvisandosi un supereroe (non so se mi spiego). Questo mi ha spiazzata, demolita, ha frantumato quella sicurezza che mi ero costretta ad ostentare. Mi sono sentita come se mi chiedesse "e tu che cosa ci fai qui???".
Ho risposto che dopo la laurea ero disoccupata, mi è stato proposto un lavoro e l'ho accettato (che altro avrei dovuto fare?). Negli anni successivi ho mantenuto il mio lavoro, continuando a cercare però occupazione nel sociale, ma tutto quello che mi è stato proposto negli ultimi 5 anni nel sociale (giuro!) sono stati contratti a progetto o di cooperativa, cioè contratti che non portano da nessuna parte se non verso la precarietà più assoluta. Per questo ho sempre rifiutato, preferendo un lavoro più stabile che mi permettesse di essere indipendente e di progettare il mio futuro.
Nessuno è parso molto colpito dalla risposta. L'esame è continuato con 3 domande "vere" ed io ho saputo rispondere a 2 di esse. Tuttavia mi facevo schifo da sola mentre parlavo: ero spenta, titubante, quasi impaurita. La commissione non ha fatto alcun tentativo per rimettermi a mio agio, interrompendo le mie frasi con domande secche e sempre più precise sugli argomenti.
Sono uscita dalla "sala della tortura" demotivata, sconfortata, pensando che se avevano intenzione di iniziare l'orale così tanto valeva che non mi ammettessero nemmeno. Ma sono uscita da lì soprattutto arrabbiata con me stessa per aver permesso che succedesse, per aver concesso a 6 perfetti sconosciuti, che per me non contano nulla, di giudicare non tanto quello che so, quanto quello che sono, con ripercussioni così forti sul mio stato d'animo.
I risultati definitivi della selezione verranno pubblicati al massimo domani, ma ho come la vaga sensazione che sarò giudicata "non idonea".

La Redazione

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