lunedì 20 settembre 2010

Panico ad alta velocità

Vedere la morte in faccia in mezzo ad un torrente? Sembra impossibile, ma a me è successo.
Come dieci pazzi, con degli amici avevamo prenotato una bella giornata di hydrospeed per domenica 19 settembre. Premetto che nessuno di noi aveva mai provato questo sport. Al massimo qualcuno (me compresa) aveva provato il rafting, ovvero la bellissima sensazione di rimbalzare in un gommone in mezzo alle rapide ed in mezzo agli amici. Tutti pensavamo che hydrospeed sarebbe stata, a livello di adrenalina e di pericolosità, un'esperienza simile. Quanto ci sbagliavamo...
In sostanza l'hydrospeed consiste nel lanciarsi in un torrente con il solo ausilio di una muta e di una tavoletta con un paio di maniglie. La tavoletta, di dimensioni poco più grandi di quelle che vengono normalmente utilizzate nei corsi di nuovo e vagamente a forma di bob, dovrebbe, se saldamente impugnata, riparare il corpo dai colpi che i sassi che normalmente si trovano nel greto di un torrente potrebbero dare al corpo umano. Peccato che la tavoletta, proprio in virtù delle ridotte dimensioni, copra soltanto il costato, lasciando il bacino e le gambe in totale balia delle onde e dei macigni. Questo l'ho tuttavia capito troppo tardi.
Rispetto al rafting ci siamo affidati ad un'altra associazione sportiva, della quale non posso fare nomi per evidenti ragioni di privacy (in certe circostanze tuttavia dovrebbe essere possibile dire che qualcuno ha lavorato in modo pessimo), composta da guide poco più che adolescenti ed evidentemente esaltate. Già in fase di preparazione, indossando la muta, ero scettica all'idea di farmi guidare tra i flutti da esaltati pieni di acne. Mi sarei sentita proprio una guastafeste a tirarmi indietro per una brutta sensazione, così ho indossato la muta e con gli amici sono salita nel furgoncino, diretto al punto di partenza.

Il team di guide era composto da un istruttore munito di tavoletta esattamente come noi e da due canoisti che dovevano fungere da supporto per le persone in difficoltà. Una volta arrivati al punto di partenza (una specie di pozza dove l'acqua del torrente era calma come una tazza di camomilla) siamo entrati tutti in acqua e ad uno ad uno, sotto la supervisione dell'istruttore, abbiamo provato la manovra di emergenza da fare se, per qualche remota eventualità, la tavola si fosse rovesciata, mentre i canoisti si sono diretti più avanti nel torrente. Ho provato la manovra e mi è riuscita a stento. Ho chiesto alla guida di poterla riprovare, ma l'istruttore ha risposto che non c'era abbastanza tempo e bisognava partire. Pronti, partenza, via! Mi sono lanciata in mezzo al torrente.
Mi sono fermata poco più avanti, al primo punto di ritrovo con i canoisti, dove ho ritrovato anche i miei amici. Il primo tratto di fiume era abbastanza tranquillo, ma già a questo punto un'amica, evidentemente molto più sveglia di me, ha deciso di abbandonare l'impresa ed è salita a riva. Io ho deciso di proseguire, con tutti gli altri.
Uno, due, tre, via! Di nuovo in mezzo al torrente. Stavolta mi sono trovata in mezzo ad un autentico delirio.
Teoricamente avremmo dovuto rimanere in fila indiana, tutti dietro all'istruttore munito di bob, che avrebbe dovuto tracciare una traiettoria "sicura", sgombra cioè da eventuali massi sporgenti. Questo appunto in teoria. Già durante i primi 10 metri il gruppo si era però completamente sfaldato: bob che mi superavano a destra e a sinistra, persone che sembravano andare completamente in balia dei flutti e l'istruttore completamente sparito avanti, ovvero totale impossibilità di seguire una traiettoria sgombra da sassi sporgenti, con grande gioia dei miei femori. Inizialmente mi si è affiancato un canoista che, gridando ordini che non ho capito per il frastuono delle rapide, mi ha presa a pagaiate su una spalla per dirigermi giusto in mezzo al greto del torrente. Poi anche il canoista è sparito avanti. Sola in mezzo alle rapide.
Non so se il fatto di trovarmi da sola e di vedere a malapena qualcuno tra le rapide davanti a me abbia contribuito, ma ad una rapida la tavoletta si è ribaltata ed io con lei. Ho bevuto acqua, ma sono riuscita a rialzarmi sulla tavola. Altra rapida, ho bevuto di nuovo, la tavoletta si è rovesciata di nuovo, ma stavolta le rapide si susseguivano una dietro l'altra, continuando a farmi bere senza darmi la possibilità di rialzarmi. Ero un fagotto in balia delle onde e continuavo a prendere botte sulle rocce a destra e a manca. A quel punto: PANICO ALLO STATO PURO. Continuavo a bere acqua, il che non mi permetteva di prendere abbastanza aria da richiamare l'attenzione dei canoisti, che non mi pareva si fossero accorti di niente. Dentro di me ho visto la morte in faccia. Stupidamente pensavo "ecco, adesso morirò in questa maniera ridicola prima dei trent'anni: che modo stupido di morire! Annegata in 40 cm di acqua!". Ero quasi sicura che sarei morta. Vedevo tutti andare avanti e io rimanevo indietro a farmi sballottare sui macigni, affondando nelle rapide. Appena sono riuscita a riempire i polmoni di aria per più di un secondo ho lanciato un urlo che ha rimbombato nella valle per un quarto d'ora: AIUTOOOOO!
A quel punto i canoisti si sono risvegliati dal letargo invernale e si sono accorti che io ero indietro e stavo annegando. Sono arrivati entrambi vicino a me. Uno ha afferrato la tavoletta e me l'ha messa davanti, chiedendomi di risalire. Lui diceva: "guardami, sorridi e risali". Io rispondevo: "non ce la faccio". Lui ripeteva: "guardami, sorridi e risali". Io rispondevo: "non ce la faccio". Sarebbe stato da aggiungere "tu non lo sai perchè ormai eri quasi arrivato al mare, ma sono interminabili minuti che cerco di risalire su questa [@##° di tavoletta!". Siamo andati avanti con questo simpatico scambio di battute finchè lui ha capito di avere a che fare con una persona completamente in preda al panico, che per definizione quindi non ragiona. Solo a questo punto uno dei due canoisti mi ha fatta aggrappare ad una delle maniglie della canoa.
Sono riuscita un po' a calmarmi e con l'aiuto della canoa mi sono nuovamente issata sulla tavola. Il secondo canoista mi stava affiancato e mi guidava la tavola nel torrente. La prima cosa che gli ho detto è stata "voglio tornare a riva". Lui ha risposto: "non ho il teletrasporto, ora ci arriviamo". Al chè ho precisato: "era solo per dire che non è che adesso mi calmo e vado avanti".
Pianino pianino siamo arrivati a riva, dove mi aspettava un furgoncino dell'associazione. Non immaginate il fastidio di sentire i ragazzetti travestiti da istruttori chiamarmi "stella" e "tesoro" con un tono da schiaffi che equivaleva a chiamarmi "frignona" e "piscialletto". Proprio professionale, non c'è che dire. Avevo appena avuto il secondo attacco di panico della mia vita e a loro avanzava anche la voglia di prendere in giro. Fortunatamente per loro io avevo tutt'altro che voglia di aggredirli, altrimenti li avrei fatti nuovi. Una volta tornata a riva sono stata raggiunta da un’amica, anche lei ritiratasi perché aveva preso una paura incredibile dopo essersi ribaltata un paio di volte tra le rapide e non essere stata affiancata dai canoisti, impegnati con me. Sono stata raggiunta anche dal mio ragazzo, che per lo spavento preso a sentirmi gridare isterica in difficoltà in mezzo alle rapide non se l’è sentita di proseguire. Questa è stata l’unica cosa che sinceramente mi è dispiaciuta molto: che lui si sia perso un’esperienza che, credo, lo stesse divertendo.

Se volete un consiglio circa un'associazione di hydrospeed a cui non affidarvi chiedete pure. Se non volete trovarvi scaraventati di punto in bianco nel mezzo delle rapide e se non volete essere lasciati soli nel mezzo di un attacco di panico, chiedete pure a chi non rivolgervi. Se non volete vedere la morte in faccia, se non volete rischiare di annegare e poi anche essere presi in giro, chiedete pure che numero non dovete comporre. Se non volete restare traumatizzati ed essere presi dal panico in maniera del tutto immotivata mentre guidate l'auto a 24 ore di distanza dal fatto, solo perchè vi torna alla mente la sensazione di essere soli in balia delle rapide, senza riuscire a riprendere abbastanza fiato da gridare aiuto, chiedete pure a me che ragazzetti scalmanati evitare.

La Redazione

2 commenti:

  1. Provata la stessa esperienza...uno dei problemi per le donne è la tavoletta che ha misure solo per le braccia di un uomo, troppo lunghi gli spazi che non consentono di ancorarsi all'interno, per questo anche è più facile perderla ed essere praticamente in balia della natura e delle botte allucinanti!

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  2. provata la stessa tragica esperienza.
    attrezzatura non adeguata per donne e istruttori poco professionali. c'é molto superficialità. si dovrebbe avvisare in anticipo circa la pericolosità di tale sport

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