mercoledì 24 novembre 2010

Ho barattato mia madre con un paio di stivali

Sono decisamente una figlia superficiale e degenere. Un caso clinico di egoismo cronico.

Almeno un paio di volte a settimana trascorro la pausa pranzo a casa dei miei, giusto per salutarli, anche se trascorrere la pausa pranzo da loro significa ingozzarsi con due etti di pasta (preferibilmente una fumante carbonara) in appena quindici minuti, senza neppure il tempo di aspettare che la caffettiera, a fine pasto, faccia il proprio sporco lavoro e terminare il tutto con mia madre che a momenti mi insegue in strada con una cotoletta bollente in mano. Oggi avrei dovuto trascorrere così la pausa pranzo.
So che quando pranzo dai miei, mia madre coglie la palla al balzo per sfogarsi in cucina e preparare manicaretti che potrebbero sfamare una città di medie dimensioni durante un mese di assedio. Neanche mangiassi esclusivamente quando vado a trovarli.
Tuttavia non mi pesa trascorrere quei quindici minuti con loro, perchè, basta guardarli in faccia, quando mi vedono parcheggiare sotto casa scodinzolano come bambini che rivedono i genitori dopo una intera estate trascorsa in una colonia tedesca in compagnia di rigide istitutrici con il caschetto e la calzamaglia di lana. Mi sciolgo nel vederli così contenti, nonostante il poco tempo a disposizione. Ed è incredibile come cerchino di condensare in quei quindici miseri minuti tutti gli avvenimenti dei giorni precedenti. Poi è uno spettacolo vedere come mia madre si arrabbi con mio padre quando lui, nel bel mezzo del pranzo (cioè circa al minuto sette) cerca di sottopormi questioni pizzossime come la risoluzione di qualche misterioso problema informatico. In queste circostanze mia madre lo guarda di traverso, come a dire "ne avevamo già parlato: non ti avevo detto di non farlo più?", e lo incita a smettere dicendo "guarda che se fai così tua figlia non viene più a trovarci!". Come se il mio affetto per loro dipendesse dalla pizzosità dei discorsi fatti nei quindici minuti del pranzo.
Mi fanno decisamente tenerezza.
Per questo oggi mi sento in colpa come non mai. Era tutto deciso: sarei partita dall'ufficio all'una e sarei andata a pranzo da loro. Eravamo d'accordo già da ieri, tant'è che oggi non avevo portato il pranzo da casa e stamattina mia madre mi aveva salutata via sms con un "buongiorno! Ti aspettiamo a pranzo! Abbiamo preparato cose buone!". Come se senza di me mangiassero la solita sbobba.
Alle 12 in punto mi chiama la collega dell'amministrazione chiedendo "ti ricordi che oggi avevamo appuntamento al calzaturificio, durante la pausa pranzo, vero?". Oh oh. Il lato fantastico di lavorare per una struttura che opera nella moda è che si riescono ad avere scarpe ed accessori fantastici a prezzi di costo. Non sempre, ma a volte sì, e quando capitano queste volte è da sciagurate rifiutare un appuntamento con le imprese. Il fatto è che mi ero completamente dimenticata di aver dato, ancora una settimana fa, la mia disponibilità per oggi.
Così su due piedi non sapevo che rispondere. La collega si è accorta della mia titubanza e ha insistito "te lo ricordi, VERO??". Ed io "sìììì, certo! Ci vediamo lì?".
Ecco come ho barattato mia madre con un paio di stivali.
Ho anticipato a mia madre tramite sms che non sarei andata a pranzo da loro a causa di "una questione urgente di lavoro da concludere" e all'una, mentre mangiavo uno squallido panino sbifido travestito da club sandwich in macchina davanti al calzaturificio, l'ho chiamata. Lei era profondamente dispiaciuta sia perchè non ci saremmo viste, sia perchè le sembra che io lavori un po' troppo. Era preoccupata per la mia salute e per il fatto che io debba lavorare così tanto da non permettermi una pausa pranzo decente. Per minimizzare cercavo di dirle "ma no, mamma, non è poi così terribile... Mi sono fermata per concludere proprio una cosetta da niente…", ma dentro mi sentivo un verme. Non avrei mai e poi mai potuto dirle la verità. Mio padre aveva perfino preparato la pasta al forno, capite? La pasta al forno! Ed io stavo andando a fare shopping. Figlia ingrata.
Sono entrata nel calzaturificio con il morale sotto i piedi, sentendomi la persona più orribile del mondo.
Forse è per questo che, nonostante il responsabile si sia fatto in quattro per trovare degli stivali (tra l'altro oggettivamente spettacolari) del mio numero (che non è di campionario), mi pareva che tutto mi stesse così male addosso. Un paio mi faceva i piedi a pizza, un altro era da cavallerizza della domenica, un altro ancora era stile Mary Poppins (non mi chiedete come mi sia venuta in mente questa similitudine, ma giuro che l'ho pensato non appena me li sono visti indosso). O più semplicemente non ho acquistato niente perchè, qualsiasi paio di stivali avessi comprato, avrebbero avuto nei secoli dei secoli impresso il marchio di Stivali Che Valgono Più Dell'Affetto Di Un Genitore e non me li sarei mai davvero goduti.
Così ho barattato mia madre, ho rinunciato ad un paio di stivali bellissimi ad un prezzo ridicolo e sono tornata in ufficio in ritardo (il tipo non la smetteva più di tirare fuori scatole su scatole per cercare qualcosa che garbasse a sua maestà) con addosso i miei logori simil-texani sformati come ciabatte. Ben mi sta.
Credo che quel pizzicore che sento sulla nuca si chiami "Coscienza".

La Redazione

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