giovedì 10 marzo 2011

L'orgoglio (e il doposbornia) di una trentenne

Ricordo che vissi il mio diciottesimo compleanno come una svolta epocale. Nonostante in quel periodo mi trovassi ricoverata per un'influenza intestinale a solo un paio di giorni di distanza dall'appendicectomia (esperienza che non auguro al mio peggior nemico), immaginavo che da quel giorno in poi mi sarebbero accadute solo ed esclusivamente cose fichissime.
Per prima cosa avrei preso la patente (ero discretamente sicura che ce l'avrei fatta in meno di due mesi), poi sarei diventata una cittadina attiva e sarei andata a votare (non importa per chi o per quale motivo: l'idea mi esaltava come lo sciopero per contestare la mancanza della carta igienica a scuola ) e poi ancora sarei stata LIBERA. Libera di foderarmi di tatuaggi dalla testa ai piedi, di frequentare chiunque ed a qualsiasi ora e segretamente speravo che mia madre riconoscesse la mia innegabile maturità e la smettesse di ostacolare la mia storia con quel metallaro dagli splendidi occhi verdi e dai capelli lunghi (che per inciso, mentre io pativo in un letto d'ospedale, se ne stava su una qualche spiaggia croata con gli amici: ah, quanto rende ciechi l'amore!).
Niente di tutto questo accadde. Riuscii a superare l'esame di guida giusto qualche giorno prima che scadesse il foglio rosa (ovviamente la colpa fu tutta dell'istruttrice), andai a votare (questo sì, ma non ricordo assolutamente per chi o per quale motivo), non feci alcun tatuaggio e la mission di mia madre continuò ad essere quella di ostacolare con ogni mezzo la mia storia col fantastico e misterioso metallaro (lo fece con costanza incrollabile anche per tutti i sei anni successivi).
Quanto a libertà ero pertanto praticamente incatenata ad un termosifone.
Mi riguardo indietro e col senno di poi la domanda mi sorge spontanea: "ma perchè tutta questa [@##° di smania dei diciott'anni?".
I diciotto anni non mi cambiarono la vita, anzi, direi che non cambiarono proprio nulla. Rimasi sostanzialmente l'adolescente sfigata (la sfiga dovrebbe essere inserita nei manuali di psicologia dello sviluppo come tratto distintivo di questa fase della vita) che ero prima e rimasi impantanata in quella situazione di limbo ancora per lunghissimi anni.

Ieri ho compiuto trent'anni.
Stamattina mi sono alzata con un doposbornia clamoroso. Era come se qualcuno mi avesse violentemente presa a pugni sulla testa, proprio sulla parte superiore del cranio. Non appena ho alzato la testa dal cuscino ho sentito un'ondata di nausea.
Sintomi di una certa età? No, semplici sintomi da festa epica con una trentina di amici al ristorante cubano (quasi l'unico locale di Padova che adoro), con annessi sangria, rum e mojito come se piovesse.
Erano ormai un paio d'anni che andavo dicendo che il mio trentesimo compleanno sarebbe stato ricordato nella storia delle feste, tanto che, per prepararmi all'evento, decisi a suo tempo di non festeggiare nè i trentotto nè i trentanove.
Ieri sera giravo per il ristorante raggiante, mi avvicinavo ai gruppi di amici per chiacchierare con tutti e sono convinta di aver detto ad ognuno di essi "mi piacerebbe congelare questo momento e riviverlo in loop per il resto della mia vita". Questo perchè, se i diciotto non hanno cambiato una benemerita fava, i trenta sono una figata pazzesca ed avere tutti i propri amici vicini a festeggiare con millemila brindisi e canzoni l'inizio di questo capitolo è il meglio che possa capitare.
Cioè, voglio dire, la catena che mi legava al termosifone si è rotta e sono finalmente fuggita. Vivo con il mio FF (che mi ha regalato un weekend a Londra: come saranno lunghi i giorni fino alla data della partenza!) nel nostro appartamento pieno di sole e, anche se devo sgobbare dieci volte tanto rispetto a quando si occupava di tutto la mamma, posso dire che vivo esattamente come voglio vivere. Ho perfino un tatuaggetto che fa capolino dalla schiena e talvolta mi prendono dei raptus per cui scrivendo faccio un uso smodato delle parentesi. Non so se sia una questione d'età o se più probabilmente mia madre si sia resa conto di quanto sia chiaramente fantastico il mio FF, ma lo adora tanto da farmi la predica ogni volta che le sembra che non mi comporti in modo impeccabile nei suoi confronti (ovviamente non è il metallaro).
Ieri sera nessuno si è lamentato dell'orario a cui sono tornata a casa, anche se era mercoledì e stamattina sarei dovuta andare al lavoro (e pure in anticipo, visto che l'AD ha avuto la brillante idea di fissare un appuntamento importantissimo praticamente all'alba), nessuno ha chiesto spiegazioni sul mio sguardo stralunato o sul perchè sia uscita di casa con indosso i calzini (puliti) del mio FF, anzi, ho ricevuto sms ed email di complimenti per la riuscita dell'evento che avevo pianificato praticamente da anni (persone che da secoli non si sopportano sono riuscite a convivere nella stessa manciata di metri quadrati e, da ciò che ho saputo, si sono pure divertite).
Dulcis in fundo, mi guardo allo specchio e vedo un'aspirante scrittrice che sta per firmare il contratto per la pubblicazione del suo romanzo d'esordio (a breve un post dedicato, non mi va di confondere questo avvenimento in un post dedicato ad altro).
Alla faccia di quel bastardo di un capello bianco che ha messo le tende sul mio ciuffo.
Tiè.

La Redazione

2 commenti:

  1. Anch'io pensavo che i 18 fossero il giro di boa e invece è rimasto tutto esattamente come prima...
    Leggendo questo post mi fai ben sperare per i 30....intanto in questi 5 anni comincio a scardinare la catena del termosifone!

    Bellissimo il tuo blog...da qui in avanti ti seguirò molto volentieri...bè tanti auguri in ritardo.... :)

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  2. Benvenuta Daniela!
    Sì, inizia a scardinarlo, quel termosifone, e mi raccomando: arriva bella carica ai 30!
    Anche se i 18 non hanno cambiato nulla, ti garantisco che è solo perchè il meglio deve ancora arrivare.
    Baci

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Taccodieci wants you!
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