sabato 5 ottobre 2013

Questione di tempo


La vita e la moda funzionano allo stesso modo: sono cicliche.
La primavera tutti a indossare camicie a fiori e pantaloni a zampa, l'autunno successivo tutti a farsi venire la cistite emorragica dentro un paio di superskinny palesemente di due taglie più piccole.
Sarà che stasera me ne andrò a prendere l'aperitivo col Fronz nel baretto sotto il nostro primo ufficio, quello che condividevamo qualcosa come otto anni (o secoli?) fa, sarà che finalmente ho il tempo per elaborare quel lutto che avevo chiuso in un cassetto in attesa di tempi migliori, sarà quel che sarà, fatto sta che ultimamente gioco spesso a "cosa succederebbe se...". Un gioco che a Stephen King fa venire in mente trame da milioni di dollari, ma che a me la maggior parte delle volte fa venire la depressione.

E mi chiedo come sarebbe andata, o come sarebbe pouta andare. In generale.
Un po' come in "sliding doors", o come in "questione di tempo", il film di Richard Curtis che uscirà il mese prossimo. Un film tenero, romantico, con Tim, un protagonista un po' pasticcione, che ha un superpotere: può tornare indietro nel tempo.
In uno dei suoi primi viaggi si imbatte così nella donna dei suoi sogni e da quel momento escogiterà ogni modo per conquistarla.
Usa il suo potere per dichiararsi romanticamente nel modo migliore, per tutelare il suo matrimonio dal peggiore discorso mai fatto da un testimone di nozze, per salvare il suo migliore amico da un disastro professionale e per riuscire ad arrivare in tempo in ospedale per far partorire sua moglie.
Tuttavia, nel corso della sua insolita vita, Tim si rende conto che il suo dono straordinario non può preservarlo dalle sofferenze, e dagli alti e bassi che tutte le famiglie, ovunque, sperimentano.
Perché tornare indietro cancella gli effetti materiali delle azioni, non le emozioni che ci hanno provocato.


Sarà che qualche giorno fa mi sono trovata a cena con Mary e Miss F, le ragazze che assieme a me all'inizio dell'anno hanno perso il lavoro. Già, perché me ne sono lamentata come se solo io a inizio anno avessi perduto il lavoro, invece siamo stati in tanti.
Dopo la prima bottiglia di prosecco come aperitivo, il primo piatto di pasta alla Norma e la prima bottiglia di birra artigianale per buttare giù la pasta ci siamo messe a giocare tutte e tre assieme a "cosa succederebbe se...". Follia collettiva, praticamente.
Ma ancor più folle ci siamo seriamente chieste che cosa succederebbe se il nostro vecchio lavoro ci supplicasse di tornare, se fosse possibile cancellare con un colpo di spugna tutto ciò che di brutto è stato per ricominciare.
E a noi piaceva il nostro vecchio lavoro. Adesso poi siamo convinte che ci piacesse anche di più di quanto in realtà ci piaceva davvero, perché il tempo attenua la sensazione di dolore (andatelo a chiedere a qualsiasi donna che ha partorito: se ricordasse esattamente il dolore del parto col cacchio che lo rifarebbe!).
In ogni caso, Mary e Miss F hanno risposto che valuterebbero seriamente l'idea di tornare indietro.
Tornerebbero nel nostro vecchio ufficio, con la nostra vecchia macchinetta del caffè, i vecchi clienti che ci facevano arrabbiare o ridere come macchiette.

Io non ci tornerei.
Non per una questione di orgoglio e tantomeno per soldi. Solo perché un vaso rotto lo puoi aggiustare, ma resta sempre rotto.
E anche se potessi, come Tim, cancellare dalla mente di tutti gli altri gli ultimi dieci mesi, nella mia resterebbe ogni singolo istante, fotografato in modo indelebile come solo la rabbia può fare. Non è ciò che succede che ci fa male, ma come ci cambia.
Ma soprattutto perché adesso so che è possibile andare avanti, superare anche le situazioni peggiori. Adesso so che la maggior parte delle persone che pensano di non essere forti in realtà si sottovalutano.
Basta solo provarci e non lo si può fare finchè la voglia di tornare indietro e più forte della curiosità di scoprire quello che ci aspetta.

La vita è come la moda: viene, va e a volte ritorna.
Solo che ci sono periodi che sono come le Buffalo: erano bellissime, ma a vederle adesso non ci usciresti più.

La Redazione

2 commenti:

  1. Sono d'accordo, soprattutto se siete state licenziate non per un problema aziendale ma per essere state sostituite a fine contratto, quindi per mero calcolo economico. Un lavoro potrà anche essere difficile da trovare di questi tempi, ma la dignità di una persona non ha prezzo e non si può pagare con uno stipendio.

    RispondiElimina
  2. È andata più o meno così in effetti. È stato un calcolo...
    Se avessi avuto figli, se avessi avuto altri pensieri forse avrei agito diversamente, ma ora come ora è andata così e indietro non su torna.

    RispondiElimina

Taccodieci wants you!
Lascia un commento...